Nel 1993 avevo appena sei anni. In macchina mio padre aveva un calendario, uno di quelli con San Francesco disegnato sopra. Il calendario era del 1992. Ricordo che gli chiesi perchè si trovava là e lui mi disse che non lo sapeva e che, comunque, doveva buttarlo. Allora gli domandai perchè dovesse buttarlo e mi rispose che ormai il '92 era passato. "Bhè, lo puoi usare quando ritorna il 1992", gli feci presente.
In questo modo ebbi la rivelazione che gli anni non ritornano. In quel momento mi sembrò un enorme controsenso: i giorni della settimana ritornano, i mesi ritornano, anche le ore ritornano. Perchè gli anni no? La contraddizione era, in un certo senso terribile. "Il '92 non torna più. Gli anni non tornano mai". Ora visualizzo quella linea del tempo che non è circolare, ma è una retta infinita, senza inizio e senza fine. Anzi, forse un inizio, da qualche parte, ci sarà pure...Ora visualizzo quel tempo senza rimborso e senza clemenza che trascina con sè le vite di tutti e le speranze di molti.
Comunicazione di servizio per tutti quelli che abitualmente - ma anche di rado - frequentano pizzerie (o ristoranti) soprattutto nei giorni cult sabato-domenica.
Punto primo: se avete fretta, mangiate a casa. Questa è la regola fondamentale. Imprescindibile.
Punto secondo: quando c'è tanta gente che, come voi, aspetta di mangiare, non cercate di fare i furbi braccando il cameriere per ordinare prima degli altri. E' una tattica che non serve a niente. Se siete arrivati dopo, mangerete dopo. Quindi, se non sapete attendere il vostro turno, mangiate a casa.
Punto terzo: non chiedete continuamente informazioni facendo la solita domanda "manca molto?" perchè il cameriere ha altro a cui pensare. Se non avete pazienza, mangiate a casa.
Punto quarto: se per voi 20 minuti di attesa sono tantissimi, mangiate a casa.
Punto quinto: se per voi 30-45 minuti di attesa, quando la sala è piena, sono tantissimi, mangiate a casa.
Punto sesto: per preparare e cuocere sei pizze (una infornata standard) occorrono 10-15 minuti. Non si scappa. A meno che il pizzaiolo non sia Clark Kent è oltremodo impossibile metterci meno tempo. Quindi, facendo un rapito calcolo, se (paradossalmente) in sala arrivassero tutte insieme 100 persone, occorrerebbero minimo 160 minuti per terminare tutte le ordinazioni. Se non siete in grado di comprendere il lavoro e la tempistica che sta dietro la preparazione e la cottura di sei pizze, mangiate a casa.
Punto settimo: se avete bambini che schiamazzano, urlano e corrono in ogni centimetro libero della sala, mangiate a casa.
Punto ottavo: se avete bambini che schiamazzano, urlano e corrono in ogni centimetro libero della sala e voi genitori non siete capaci di insegnare loro come si sta in un luogo pubblico, mangiate a casa.
Punto nono: prima di andare a mangiare fuori (che sia una pizzeria o un ristorante) assicuratevi di essere in buona compagnia per poter ridere, spettegolare, discutere, altrimenti il tempo non passerà mai e anche una banale attesa di 20 minuti vi sembrerà enorme. Quindi, se la compagnia non è giusta, mangiate a casa.
Punto decimo: camerieri, pizzaiolo, cuochi e affini sono persone che si impegnano per lavorare e lavorano per servire qualcun'altro. Abbiate rispetto di loro e non sognatevi favori del tipo "passa avanti la mia ordinazione" o sfavori del tipo "quelli erano arrivati dopo, ma sono stati serviti prima" (può succedere, ma quando la sala è piena errori del genere possono capitare). Quindi, se non siete abbastanza capaci di portare rispetto e di avere una giusta considerazione del lavoro che qualcun'altro fa per servirvi, MANGIATE A CASA!!!!!!
Si voltò lentamente sentendo una mano sulla spalla. Affondò per un istante in teneri occhi color nocciola. Poi sorrise. Silvia restò a guardarlo per qualche secondo senza dire niente. Sorrideva anche lui. Infine Umberto si era fatto avanti. Lei sapeva che era tornato perchè il giorno dopo essere passata davanti casa sua, aveva visto la sua automobile parcheggiata in strada. La Alfa 159 con il ciondolo a forma di orsetto appeso allo specchietto retrovisore. Restarono in silenzio inizialmente, indecisi su cosa dire e cosa fare. Poi sbrigarono i convenevoli del "come stai", "cosa fai", "novità". Parlarono più che altro a monosillabi cercando di non guardarsi troppo negli occhi, come dei giovani amanti ancora inesperti. Umberto sentiva il cuore in gola, perchè ogni cosa di quella ragazza lo attraeva terribilmente e perchè ogni parte di se stesso sembrava tremare di fronte a lei. La invitò a bere un caffè. Lui il suo solito caffè in ghiaccio con poco latte di mandorla e lei il solito caffè in ghiaccio amaro. Sedettero all'aperto ad un tavolo abbastanza in disparte dagli altri, dove un rampicante rigoglioso aveva attorciagliato le sue foglie attorno a tutta la staccionata bianca. Si raccontarono qualche evento e qualche storiella. Risero cercando di dissimulare l'imbarazzo e di tanto in tanto si sfioravano una mano o un braccio o un ginocchio quasi per ritrovare un'intimità perduta. Il pomeriggio volò così, fra una parola e l'altra, fra qualche silenzio e qualche commento sul mare incantevole. Si lasciarono intorno alle sei, quando Umberto fu costretto ad andare per attenersi ad un impegno. Lo guardò allontanare col suo passo leggero e sospirò abbassando lo sguardo.
<<Vediamoci domani. Ti va?>> Silvia sollevò la testa di colpo. Umberto era tornato indietro. <<Prendiamo un aperitivo...>> continuò lui senza aspettare risposta.
<<Ehm...si, ok. Penso si possa fare>> disse lei con tono incerto.
<<Bene! Allora ci vediamo qui verso le cinque?>>
Per lei andava bene e Umberto si allontanò di nuovo, salì in macchina e partì.
Il pomeriggio seguente lui arrivò in anticipo all'appuntamento. Lei arrivò in ritardo di qualche minuto. Aveva messo un vestito di lino lungo fino al ginoccio, di colore bianco, e un paio di sandali color sabbia. I capelli castani brillavano al sole e gli occhi verdi erano messi in risalto dall'ombretto dorato. Umberto la guardò avvicinare come fosse una visione e per un attimo lei si sentì soddisfatta e bellissima. Si salutarono con un bacio sulla guancia e consumarono un buon aperitivo alcolico assieme a qualche stuzzicheria. Silvia lo osservò in tutti i suoi movimenti. Il modo di bere, di stare seduto, di passarsi una mano fra i capelli biondi, il modo di ridere...si sentiva rapita, come un anno prima, da quell'uomo maturo e intelligente. Aveva quasi quarant'anni, un figlio sedicenne che cresceva sano e ambizioso, un lavoro solido che gli consentiva di guadagnare molti soldi, una villa sul mare, un cottage sulle alpi e un appartamento lussuoso nel centro di Roma, molti interessi speciali che coltivava con passione, una barca di medie dimensioni, tre automobili, amici illustri...e un matrimonio infelice. Era inoltre un uomo avvenente, curato e ben vestito, educato e di cultura ragguardevole. Silvia si era appassionata a lui proporio ascoltandolo parlare delle sue idee e dei suoi progetti.
In quel pomeriggio afoso che li trascinò a fare l'amore, era iniziato tutto così...con un aperitivo al bar. E pareva che l'evento volesse ripetersi. Ad un tratto Silvia si sentì a disagio. Aveva rivissuto mille volte nella sua testa la magia di quella giornata, ma ricordava bene il viso di Umberto che preso dal senso di colpa le aveva detto di andar via. E ora? Sarebbe successo di nuovo? Si sarebbero ancora concessi l'uno all'altra per poi allontanarsi?
<<E tua moglie?>> chiese d'un tratto Silvia.
Umberto era impreparato ad una domanda tanto diretta. Bevve un sorso del suo cocktail prima di rispondere. Non la guardò negli occhi e distolse lo sguardo verso il mare.
<<Arriva fra un paio di giorni. Deve ancora lavorare. Io avevo voglia di mare e di starmene in santa pace, così sono partito prima>>
<<Avete ancora problemi?>>
<<Bhè, il solito. Ma lo sai...il problema è solo mio. Sono io che non la amo>>.
Silvia lo guardò come se volesse leggergli nel profondo. <<Credi che vivere così infelicemente sia il modo più giusto per vivere?>>
<<Io...è complicato. Non posso andarmene. Non posso lasciarla come se quasi vent'anni di matrimonio non significassero nulla. Poi c'è Lorenzo. Anche se ormai è grande io non voglio dargli questo dispiacere. E comunque non sta a te dirmi come devo vivere>> concluse poco convinto.
<<Io non voglio dirti proprio niente. Ma ti vedo qui, davanti a me e...insomma, siamo qui, io e te, a fare finta che non sia successo niente. Mentre non è vero. E' successo. E siamo qui proprio perchè è successo. Altrimenti ci comporteremo come estranei invece di...>>
<<Invece di?>> incalzò Umberto.
Silvia si spostò sulla sedia e si agitò leggermente <<...invece di pensare che sarebbe bello se succedesse di nuovo!>>
Calò il silenzio.
<<Ma io non voglio che succeda ancora>> disse lui freddamente dopo qualche istante. Lasciò sul tavolo i soldi del conto, si alzò senza dire altra parola e se ne andò senza voltarsi. Silvia non credette ai suoi occhi e alle sue orecchie. Si disse che forse avrebbe dovuto evitare di sollevare l'argomento. Con gli occhi umidi e le mani tremanti se ne andò verso il porto a passi veloci.
Lui la raggiunse un paio d'ore più tardi. Dopo averla cercata ovunque nel paese si ricordò del suo posto preferito per pensare. Silvia se ne stava seduta su uno scoglio, a pelo d'acqua, guardando il sole sparire dietro il mare. Aveva tolto le scarpe e teneva i piedi a mollo, silenziosa. Sentì qualcuno avvicinare e si voltò. Vide Umberto che scendeva verso lo scoglio fra gli spuntoni di roccia. <<Mi dispiace>> disse semplicemente sedendole accanto <<non hai idea di quanto vorrei che succedesse ancora>>.
Si ritarono nella barca di lui, legata in fondo al molo.
continua...
Silvia passò davanti a casa di Umberto, ma la porta era ancora chiusa. Lui non c'era. Probabilmente aveva preso le ferie in agosto. Lei si fermò qualche istante, ai piedi delle scale, a osservare le finestre sigillate e la grande veranda buia. Ripensò a quell'afoso pomeriggio, un anno prima, quando fra le mura di quella casa si erano parlati così spassionatamente e lei aveva scoperto la tristezza di Umberto...perchè non era più innamorato della moglie, ma non aveva intenzione di andarsene e lasciare suo figlio. Aveva scoperto che Umberto era capace di grandi sentimenti e che, in effetti, i suoi occhi non mentivano, profondi e brillanti com'erano. Quel giorno Silvia si convinse che Umberto era un uomo speciale, sebbene di speciale facesse ben poco. Ma lei ne restò del tutto affascinata e rapita. Lo ascoltò parlare a lungo osservando il suo modo di gesticolare e valutando le sfumature della sua voce e del suo accento del nord. Quel pomeriggio, in quella grande casa sul mare, mentre una dolce aria di tramontana agitava di tanto in tanto l'atmosfera immota, Silvia si lasciò trasportare dal vizio e dalla dolcezza, fra le lenzuola di lino bianche.
Ferma ai piedi delle scale sentì nuovamente il sapore di quei baci e la morbidezza di quelle carezze. Nelle orecchie risuonarono parole e sospiri, speranze e brividi. Quell'afoso pomeriggio si trasformò in sera e lasciò che l'incauta passione diventasse rinnovata razionalità...e fu un attimo capire l'errore e il tradimento e sentire il senso di colpa battere nel petto. Silvia lo lesse negli occhi di Umberto mentre le diceva bisbigliando che non sarò mai capace di dimenticare quello che è successo oggi...e sarò sempre a un passo dal volerlo ripetere e a un passo dal non farlo mai più. E' meglio che vai...perchè non posso offrirti di più. Non posso. La baciò, dolce e passionale, e le sorrise con amarezza, mentre lei si rivestiva lentamente pensando al significato di quella giornata e a come si sarebbe sentita tra un po'. Lo salutò con un ultimo bacio sulla guancia e uno sguardo comprensivo, sorridendo amaramente mentre il destino scriveva un silenzioso finale.
Silvia si allontanò, camminando a passi lenti, lasciando alle spalle la casa vuota e sentendosi inondare dai ricordi di quel pomeriggio. Umberto apparse sulla veranda con aria sbiadita e la guardò allontanare mentre il cuore gli batteva a più non posso. Non aveva avuto il coraggio di farsi vedere da lei, non ancora. E si era limitato ad osservarla, nascosto all'ombra di un rampicante. Era bella, bella come la ricordava e come spesso l'aveva sognata dopo quel pomeriggio. Si voltò a guardare il mare e si riempì i polmoni di dolce brezza marina.
Il rampicante non lo avrebbe nascosto per tutta l'estate e prima o poi si sarebbero incontrati. Umberto aveva solo paura che quella ragazza poco più che ventenne gli portasse via la ragione e il senso. Di nuovo.
continua...
Si chiama così: David Gandy. E si guadagna il mio post dedicato alla celebrazione estetica perchè ormai da settimane mi toglie il respiro con quella pubblicità di "LightBlue" per Dolce&Gabbana. Si, è lui. Quello in slip bianco sul canotto che amoreggia con la bellissima ragazza mora, mentre vanno le note di "Parlami d'amore Mariuuuuuu". E' inglese. Con fascino da vendere. Infatti fa il modello e pare che sia riconosciuto come uno degli uomini più belli del mondo. Chissà com'è nella vita uno con quella faccia. Chissà cosa fa. Dove và. Con chi parla e, soprattutto, come parla. E chissà come si sentono gli uomini ogni volta che il corpo scolpito di David appare in tv e ogni donna nel raggio di metri si ferma a guardare con la bocca aperta e lo sguardo sognante...io un po' la odio la televisione. Perchè là dentro ci trovi tutto l'impossibile e l'artificiale che non avrai mai. Perchè impone metri di paragone che non sono normali e perchè ti tartassa con questa storia della bellezza. Un giorno anche David Gandy sarà vecchio...anche se probabilmente manterrà il suo fascino.
Pensare alla bellezza mi mette in testa sempre un sacco di domande. Ormai, inizio a dubitare che sia soggettiva. Cioè, non è soltanto soggettiva. Ci deve essere qualcos'altro. Un'oggettività intriseca alla bellezza che mette d'accordo chiunque. Probabilmente ha a che fare col criterio di proporzionalità...con l'armonia più in generale. Dal mio punto di vista si è belli quando non c'è niente che stoni, perchè tutto, dal modo di camminare, al modo di guardare, al modo di vestire e parlare, và a posto. E non c'è dubbio che un bello senza cervello è come Dante senza Commedia.
Intanto, dal momento che David ancora vecchio non è, date uno sguardo QUI . E' evidente che Dolce e Gabbana hanno occhio per certe cose!
Sei partito senza salutare. Hai preso il treno verso sud, con gli amici che non sono più i miei. Vorrei tanto capire cosa siamo. Perchè questo rapporto non ha senso. Non siamo amici, ammettilo. Probabilmente non lo siamo stati mai. Gli amici sono migliori di come siamo noi. Magari la mia pazienza ti ha sempre messo a disagio, perchè sai che capisco, ma non ti dico niente. E oggi sei partito senza salutare, com'è nel tuo stile. Dici che non sai affezionarti, che tendi ad allontanare le persone che ti vogliono bene...e così ti perdi tutto il meglio delle persone. Oggi ho pensato di chiamarti diverse volte, ma poi ho rinunciato perchè non volevo ti sentissi obbligato a dirmi questo "ciao". Io ti avrei abbracciato forte forte. E non avrei detto niente, se non un "mi raccomando". E invece sei partito con quegli altri, offeso col mondo e con te stesso, per essere come sei. A pensarci bene, meglio così. Magari ti renderai conto, stando lontano, se valgo qualcosa o no.
Ci vediamo a settembre, ammesso che tu non decida di cambiare destinazione.